I ragazzi Burgess è il secondo libro che leggo di Elisabeth Strout. Il primo, Olive Kitteridge, è il suo capolavoro e ha vinto il Pulitzer per la fiction nel 2009. Il centro pulsante del nuovo romanzo resta il Maine, che viene opposto alla New York dei benestanti. È evidente come la grande naturalezza con cui la Strout si sposta da un’ambientazione all’altra derivi dalla biografia della scrittrice, vissuta appunto tra i duo luoghi. The Burgess Boys sono in realtà due fratelli e una sorella. Le loro storie intrecciate, i matrimoni falliti, gli interrogativi che si pongono, sono la consapevole ricostruzione della recente storia degli Stati Uniti. È per questo che qualcuno lo ha paragonato a Pastorale Americana di Philip Roth. La storia funziona e coinvolge sempre più fortemente il lettore, pagina dopo pagina. Di negativo si può dire solo che chi scrive preferisce la Strout del più coinciso Olive Kitteridge, dove non c’erano un po’ di compiacimenti descrittivi che rendono l’ultimo libro a tratti un po’ affettato. Aggiungerei che sembra nascere su misura per una ripresa cinematografica. Il che naturalmente non è negativo o positivo. Forse remunerativo. Insomma ancora un gran bel libro. Chi l’ha letto e vuole parlarne?









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