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Pascha nostrum

Pascha nostrum

Ricevo e volentieri pubblico…

L’antifona è tratta dalla seconda lettura alternativa (1 Cor 5, 6b-8): “Pascha nostrum immolatus est Christus, alleluia; itàque epulemur in azymis sinceritatis et veritatis, alleluia, alleluia” (1 Cor 5, 7c, 8ac). Le melodia in VI modo insiste sul fa che svolge la duplice funzione di tonica e di dominante. Fioriture d’abbellimento elevano il canto al la acuto e lo spingono al grave fino al do. Una particolare attenzione – con la reiterazione della figura (la-)sol-la – è rivolta a due parole chiave: azymis e veritatis. Il melisma su itàque riflette una condizione storica della lingua latina; è stato egregiamente spiegato da Guido Milanese.
La passione-morte di Cristo è inserita nell’economia della storia che D-i-o intesse con l’uomo nelle vicende che hanno visto interlocutorte privilegiato Israel. La Pasqua di Cristo non cancella la Pasqua ebraica. La riattualizza in una prospettiva universale e definitiva. Cristo, “servo” dell’Altissimo, è l’Agnello immacolato ora immolato per la liberazione del genere umano dalla schiavitù del peccato e della morte. Morte redentrice, quella di Cristo, che sfocia nella risurrezione. Ma entrambi questi momenti, di valore assoluto, non sono per nulla sufficienti a liberare l’uomo. D-i-o ha fatto la sua parte, in totale gratuità e “follia”, sino a consegnare il Figlio alla morte di croce. Perché morte e risurrezione raggiungano il fine della redenzione, è necessario che l’uomo prenda le sue responsabilità, si disponga ad accogliere il dono con cui D-i-o rinnova il gesto iniziale della creazione nel nuovo evento della risurrezione.
Il cantore innesta la sua esperienza sul gesto concreto con cui Israel si avvicinava alla Pasqua. Gesto multiforme che san Paolo ricorda nella prima lettera ai Corinti. L’antifona di comunione ha ritenuto la sola dimensione positiva; mentre l’apostolo parla anche dell’aspetto negativo “il lievito vecchio, il lievito di malizia e perversità” (1 Cor, 5, 8b). Di tale lievito, che infetta e corrompe ogni realtà, è necessario sbarazzarsi. La cura meticolosa, con cui il pio israelita fa la pulizia della sua casa, diviene l’impegno del cristiano che mette ordine nel proprio cuore e riordina il proprio pensiero, liberando tutta la persona dai fermenti che generano confusione e morte.
Dopo aver cantato l’importanza di estirpare ogni traccia di lievito (a-zimi), l’antifona richiama l’attenzione alla verità. Verità che non si limita a una proposta coerente, razionale e verbale. La verità ricordata nella liturgia è un atteggiamento della persona nella sua totalità, nel suo modo d’essere e d’ agire. Nella 1 Cor si parla di sincerità e verità (traduzione della lettura) o di purezza e verità (traduzione dell’antifona).
Le Scritture per aiutare a comprendere lo spessore della verità vissuta, accompagnano il termine con altri vocaboli integrativi ed esplicativi. La verità – di D-i-o e della creatura – non si realizza se non è associata e non si fonde con la bontà e la giustizia (Ef 5, 9), la fede (1 Tim 2, 7), gesti concreti (1 Gv 3, 18: opera), la grazia (Gv 1, 14), la luce (Ps 42, 3), la misericodia (Gn 24, 27. 49; 47, 29; Gs 2, 14; 2 Re, 2, 6; 15, 20; Ps 39, 11; 56, 4; 60, 8; 83, 12; 87, 12; 91, 3; 97, 3; 113, 10; 137, 2; Prv 16, 6), la pace (Ger 33, 6), lo Spirito (Gv 4, 23. 24) …
Il vivere la Pasqua non si può limitare alle celebrazioni liturgiche. Significa divenire sacramento, segno sensibile ed efficace, presenza della misericordia di D-i-o nella vita quotidiana. O, come dice un’antica preghiera, essere “lumen fidei et veritatis” (BAV.ACSP.F13, 26v).

Bruder Jakob

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